PENSIERI

Una guida alle posizioni per la 40ena

In queste settimane di ridotta attività fisica che ci vedono passare molto tempo seduti, con il conseguente indolenzimento delle gambe e affaticamento del dorso, soprattutto a livello lombare, durante la nostra pratica fisica quotidiana ci troviamo spesso a cercare soluzioni efficaci per alleviare questi problemi.

Come sappiamo la pratica Yoga agisce su livelli diversi, come riassume bene il detto “se cerchi benefici a livello fisico li troverai a livello fisico…” se quello che cerchiamo è alleggerire la zona lombare e la conseguente azione di trazione delle gambe, è questo che troveremo. E allora troviamolo!

Tra le posizioni che ci sembrano migliori per ottenere questi benefici abbiamo individuato la variante a gamba tesa di Eka Pāda Rājakapotāsana e Gomukhāsana, che selezioniamo perché adatte, con i dovuti aggiustamenti, anche a chi non è solito praticare, perchè meno impegnative, ad esempio, delle inversioni (ricordiamo ottima per liberare la zona lombare la nostra amata viparītakaraṇī, che, tuttavia, diventa richiestiva su altri fronti).

Ecco quindi che le due posizioni individuate sono anche ottime per essere l’una la preparazione dell’altra ed essere praticate assieme, la prima anche in modo dinamico, l’altra adatta ad essere mantenuta statica in quanto ottima “base” per la contemplazione.

A queste due se ne aggiunge una terza, che consigliamo di eseguire in modo molto semplice, diremmo passivo: Bhujaṅgāsana, il cobra, nella variante nota come “sfinge” o “piccola sfinge”, di cui Eka Pāda Rājakapotāsana è un’ottima preparazione.

Andiamo con ordine

Eka Pāda Rājakapotāsana

“Essa merita di essere inclusa nella serie quotidiana delle āsana, perchè contribuisce a raddrizzare i dorsi incurvati e a liberare l’articolazione coxo-femorale, così minacciata dal nostro sistema di vita.”

Andrè Van Lysebeth [1]

Eka Pāda Rājakapotāsana può essere facilmente inserita nel riscaldamento dinamico prima di essere praticata in forma statica. Il modo in cui ci piace proporla, nei riscaldamenti un po’ “intensi” è nel passaggio tra il cane che guarda in basso e l’affondo.

Manu di solito la propone così:

  1. dalla posizione del cane che guarda in basso portare un piede tra le mani, immaginiamo il destro; a quel punto avremo il piede destro vicino alla mano destra e, dall’altra parte la mano sinistra. La gamba sinistra può poggiare il ginocchio a terra.
  2. Da qui, far “migrare” il piede destro verso la mano sinistra, agevolando la discesa del ginocchio destro verso la mano destra; certamente, il bacino rimarrà molto sollevato data la posizione fortemente angolata del ginocchio destro, variante che aiuta non solo l’articolazione dell’anca ma anche un lavoro sul posteriore della gamba e sul gluteo corrispondente.
  3. Da lì aumentare piano piano la flessione del ginocchio destro per muovere gradualmente il piede verso il bacino: ciascuno potrà decidere di quale chiusura necessita, sia per il tipo di lavoro ricercato sia in base alle proprie possibilità. Quello che andrà a variare, e che va considerato, sarà il posizionamento della coscia destra rispetto al bacino (più spostata verso l’esterno o piuttosto perpendicolare interrogando maggiormente l’equilibrio).
  4. Le mani saranno attive e sosterranno il busto mentre la gamba dietro, stesa e tesa, con la pianta del piede rivolta verso l’alto e non di lato – come indica con precisione Van Lysebeth nella sua descrizione – continua la sua azione di “scivolare” indietro aiutata dal peso del corpo, in parte sostenuto dalla mani-braccia, per andare a accompagnare con dolcezza il bacino a terra.

Quello che si può fare, in un primo momento, è passare in modo dinamico dal cane all’affondo facendo poi migrare il piede verso la mano opposta, per poi tornare, ripetendo con l’altra gamba e magari intervallando questo passaggio con altri āsana utili in questo piccolo vinyāsa, come la panca-sentinella o il passaggio ad un cane a tre zampe con l’apertura del fianco (sollevando un piede al cielo dal cane che guarda in basso, e facendo “cadere” il ginocchio-gamba dal lato opposto – quello che Manu, con i bimbi ma ormai anche con gli adulti, chiama “il cane che fa la pipì”… chiaro, no?).

Quando si sarà pronti si potrà pensare di provare ad abitare la posizione statica.

  1. Riprendendo da dove eravamo arrivati può essere utile, se non necessario, inserire uno spessore sotto al bacino di modo da poter sperimentare quella “spinta” verso terra rilanciata dallo scivolare della gamba indietro. Inizialmente per chi come Manu ha il dorso molto rigido, sarà impensabile realizzare la posizione nella sua estensione dorsale, liberando eventualmente le mani come sostegno.

Ma la domanda è sempre: su cosa vogliamo lavorare?

Incontriamo la difficoltà a piccole dosi.

Se la prima difficoltà sono le gambe o, comunque, è sul “jetl lag” della gambe che vogliamo lavorare, possiamo tenere le mani a terra e concentrarci sull’azione della gamba dietro; rimanere respirando e, gradualmente, spostare l’appoggio della mani sul ginocchio davanti: già questo diventa maggiormente richiestivo per il dorso poichè aumenta l’estensione dorsale, nonchè maggiormente sfidante l’equilibrio.

Tuttavia anche le mani posizionate a terra possono essere molto utili per dare una direzione al dorso: mantenendo le scapole vicine ed abbassate e giocando un pochino sulla leggera flessione dei gomiti per poi stenderli nuovamente, potremo sentire la retropulsione e la conseguente “esplosione” del petto in avanti, come la posizione del piccione reale richiede.

Che le mani siano a terra o sul ginocchio, a quel punto potrebbe essere utile realizzare una variante più semplice, ossia la flessione avanti, dove il busto si “spalma” sulla coscia-tibia (in base a come è posizionata la gamba davanti) e le braccia che scivolano avanti a terra. Scoprirete di poterlo fare tutti!

Da qui interessante anche muoversi con il busto nello spazio interno al ginocchio flesso, ossia in nel nostro caso a sinistra: altro movimento interessante. Tornando poi al centro riposizionare le mani e utilizzare con decisione per sollevare il busto, o meglio: per estenderlo! Sentirete una grande differenza!

Da qui sono possibili numerose altre varianti:

  • provare gradualmente a sollevare una mano alla volta per aumentare la pressione del bacino a terra;
  • portare le due braccia aperte a lato, con i palmi rivolti avanti, mantenendo le scapole unite e abbassate di modo da far avanzare il petto;
  • sollevare le braccia verso il cielo tenendo le mani a preghiera, aumentando l’inarcamento dorsale;
  • in ultimo è possibile unire le braccia stese davanti al petto con le mani a preghiera senza flettere il busto: qui la difficoltà del sollevare le braccia è amplificata dall’instabilità della base e dunque la necessità di continui aggiustamenti (spingere il bacino a terra, mantenere l’estensione del dorso e il petto aperto con le braccia sollevate in avanti).

La pratica di queste varianti consente un rilascio di tensione a livello delle gambe dato anche l’aumento dell’afflusso sanguigno nella zona del bacino, oltre ai benefici a livello del dorso-lombare già nominati. Il nostro Albiji è solito proporre queste varianti!

Un’altra possibilità è quello di provare ad eseguire la posizione “completa” che prevederebbe la flessione del ginocchio posteriore per portare, con il tempo e con l’aiuto delle mani, il piede a toccare il capo, con il dorso inarcato ad andargli incontro.

Questa variante non è decisamente adatta a tutti mentre potrebbe essere interessante, con il tempo, lavorare per poter afferrare il piede dietro, flettendo il ginocchio, per un lavoro più intenso a livello dell’ileo-psoas (tenerlo con le mani oppure incastrarlo nella piega del gomito); successivamente si potrebbe andare nella direzione della variante chiamata Vāmadevāsana che richiede che il piede posteriore si porti a “toccare” il piede della gamba davanti avendo cura di mantenere la coscia-femore anteriore esattamente perpendicolare al bacino.
B.K.S. Iyengar la descrive bene nel suo testo [2].

Oltre ai benefici già indicati da Van Lysebeh, B.K.S. Iyengar sostiene:

“Queste posizioni ringiovaniscono le regioni lombari e dorsali della colonna vertebrate. Esercitano i muscoli del collo e delle spalle; i vari movimenti delle gambe rinforzano le cosce e le caviglie. L’aumentala circolazione sanguigna nella tiroide, nella paratiroide, nelle ghiandole surrenali e nelle gonadi aumenta la vitalità. Inoltre queste posizioni stimolano la circolazione intorno alla regione pubica mantenendola sana. Questi āsana sono consigliati per curare i disturbi del sistema urinario e per controllare il desiderio sessuale.[3]”

Aggiungendo per Vāmadevāsana:

“Questo āsana allevia il dolore, cura la rigidezza alle gambe e mantiene sani gli organi genitali. Tonifica anche la colonna vertebrale e migliora la digestione.[4]”

Per avere delucidazioni sulla sequenza proposta, seppur con qualche differenza, segnaliamo questo link

Dopo averla praticata sia in modo dinamico sia come posizione statica, potrebbe essere utile fare qualche passaggio nel vinyāsa già descritto per poi proseguire con una delle altre posizioni:

Bhujaṅgāsana, il Cobra

Gomukhāsana, la posizione del muso di vacca.

Quale scegliete?

{Coming soon…}

________________________

[1] Van Lysebeth Denise e Andrè, I miei esercizi di Yoga, Mursia Editore, 1980, p. 147

[2] B.K.S. Iyengar, Teoria e pratica dello Yoga, Edizioni Mediterranee, 2003, pp. 305-307

[3] ibid, pp. 339-345

[4] ibid. p. 307

[5] immagini tratte da Walter Thirak Ruta, Dio è Felicità, Edizioni Pramiti, 2011, pp. 194-196

La miglior cosa da fare stamattina

La miglior cosa da fare stamattina
per sollevare il mondo e la mia specie
è di stare sul gradino al sole
con la gatta in braccio a far le fusa.
Sparpagliare le fusa
per i campi la valle
la collina, fino alle cime alle costellazioni
ai mondi più lontani. Fare le fusa
con lei – la mia sovrana.
Imparare quel mantra che contiene
l’antica vibrazione musicale
forse la prima, quando dal buio immoto
per traboccante felicità
un gettito innescò la creazione.

 

Mariangela Gualtieri, Le giovani parole, Einaudi Editore, Torino, 2015

E il coccodrillo come fa?

MAKARA KRIYĀ

Tra le pratiche che solitamente proponiamo in primavera c’è quella (adorata!) dei Makara kriyā, una serie di ripetute torsioni eseguite a terra.
Si tratta di una pratica che il Maestro proponeva spesso prima dei Saluti al Sole, come sorta di preparazione, Yoga Vyāyāma, oppure come vera e propria Yoga Sādhana, con numerose varianti e ripetizioni.
A noi piace praticarla e proporla in entrambi i modi, e riteniamo che sia uno dei migliori “regali” ricevuti da Samiji perché semplice, sicura, adatta a tutti i livelli e che richiede una buona presenza ma induce quello stesso tipo di calma che porta la ripetizione di un mantra.

Qui proponiamo qualche variante, ritrovata sul libro “Yoga per tutti” di Philippe de Mèric* che nel capitolo 23 la propone come “Una serie ‘lampo’ per persone affaticate”.

“[…] vi proporremo una serie più tranquilla e molto meno nota, che meriterebbe peraltro d’essere maggiormente conosciuta per parecchie ragioni.
Questi esercizi, che provocano una specie di frizione della colonna vertebrale, attivano la circolazione sanguigna generale, massaggiano dolcemente le vertebre e favoriscono la digestione. In apparenza non c’è alcuna controindicazione nei loro confronti, in quanto non richiedono ne sforzi dolorosi ne particolari qualità atletiche.
Il loro nome deriva dalla mimica, che all’incirca riproduce i «movimenti del coccodrillo che esce dal fango dopo il suo pasto». Benché vi siano dei dubbi circa questa analogia, ciò non toglie nulla all’interesse dell’esercizio.”

La loro peculiarità è quella di svolgersi da sdraiati (solitamente schiena a terra ma anche pancia a terra…) mantenendo la colonna in allungamento e le braccia aperte a croce o un poco più basse, tenendo le spalle come punto fisso: sarà il bacino, infatti, il fulcro della rotazione, rotazione che si intesificherà ingaggiando maggiormente le spalle, mano a mano che le varianti accorceranno la leva della gambe (dalle gambe stese alle gambe flesse ad esempio).
La testa può ruotare, se libera, o rimanere fissa con lo sguardo al soffitto cercando di mantenere il collo allungato e rilassato anche nel momento in cui le spalle fossero rigide e sollecitate dalla rotazione del bacino: in quel caso occorre la giusta disponibilità e fluidità per lasciarle sollevarsi, quanto serve, continuando in modo dinamico le rotazioni e solo dopo molte ripetizioni provare a permanere nella statica, aiutandosi con la mano a terra (del lato della rotazione) per “invitare” la spalla opposta a cercare il terreno; in caso di rigidità del dorso e del conseguente “grande sollevamento” della spalla opposta, con il rischio di “spingere” la mano-avambraccio verso terra con il conseguente rischio di puntare così la spalla verso l’alto (l’opposto della direzione del lavoro), potrebbe essere utile provare a ridurre la leva del braccio, piegandolo al gomito con la mano verso la testa o con qualunque altra variante che non irrigidisca, ma permetta di rimanere e respirare nell’agio.

Consigliate tante ripetizioni dinamiche per variante, che si possono eseguire a polmoni pieni: inspiro – trattengo – ruoto su un lato- ritorno al centro – espiro, e ripeto dall’altro lato e continuo.
Dopo che si sente di aver “esaurito” la ricerca per quella variante, si passa alla successiva. In base al tempo e alle necessità si possono selezionare le varianti più utili.
Utile potrebbe essere cominciare con qualche estensione laterale “scarica” da terra, come quelle che de Mèric propone in chiusura, e cominciare con almeno un paio varianti a gambe allungate prima di passare ad altre più “corte” che ingaggiano maggiormente le spalle ma che permettono di permanere nella statica.

Al termine si possono nuovamente eseguire allungamenti isometrici e rimanere qualche momento in śavāsana oppure passare pancia a terra in varianti di makarāsana

“Questo insieme di esercizi viene spesso considerato dai maestri yogi come una preparazione a una seduta di posizioni completa.
Per noi rappresenta un avviamento, scelto fra numerosi altri, che ha il merito di essere alla portata di tutti in quanto richiede pochissimo tempo.
Potrete esercitarvi al mattino o alla sera prima di coricarvi, per prepararvi al sonno, a meno che non vogliate eseguire questi esercizi fra due delle serie che troverete in questo libro.”

Per noi è la tipica pratica “per tutte le stagioni” e che consigliamo anche di praticare a casa, lasciandosi guidare dall’innata conoscenza del corpo, il nostro grande Maestro.

____________________

*Philippe de Mèric, Yoga per tutti, Garzanti Editore, 1971, pp. 235-241

E tu che cosa vedi?

M. […] Il fatto e che tu non osservi con sufficiente attenzione. Guarda bene e vedrai ciò che vedo io.
V. E tu cosa vedi?
M. Vedo ciò che potresti vedere anche tu, qui e ora, se non concentrassi la tua l’attenzione nella direzione sbagliata. Tu non presti attenzione a te stesso. La tua mente è sempre con gli oggetti, le persone e le idee, e mai con te stesso. Mettiti al centro dell’attenzione, diventa consapevole della tua esistenza. Guarda come funzioni, osserva le motivazioni e i risultati delle tue azioni. Esamina la prigione che hai costruito intorno a tè, per inavvertenza. Conoscendo ciò che non sei, arrivi a conoscere tè stesso. La via per tornare a tè stesso passa per il rifiuto e la negazione. Una cosa è certa: il reale non è immaginario, non è un prodotto della mente. Anche la sensazione dell'”io sono” non è continua, sebbene sia un utile indicatore: ti mostra dove cercare, ma non cosa cercare. Osservalo con attenzione. Non appena sei convinto che l’unica cosa vera che puoi dire di tè è “io sono”, e che non puoi essere niente di ciò che è possibile indicare, il bisogno dell'”io sono” svanisce non ti accanisci più a cercare una spiegazione verbale di ciò che sei. Hai soltanto bisogno di sbarazzarti della tendenza a definire te stesso. Ogni definizione si riferisce unicamente al tuo corpo e alle sue espressione. Quando sparirà l’ossessione del corpo, ti rivolgerai spontaneamente e e senza sforzo al tuo stato naturale. L’unica differenza tra noi è che io sono consapevole del mio stato naturale, mentre tu sei confuso. Come l’oro lavorato e trasformato in gioielli non è più pregiato della polvere d’oro, se non per il valore che gli da la mente, così noi siamo una cosa sola nell’essenza e diversi soltanto m apparenza. Lo scopriamo se siamo seri, lo scopriamo cercando, indagando, interrogandoci ogni giorno, a ogni ora del giorno, dedicando la vita a questa scoperta.

 

Sri Nisargadatta Maharaj, Io sono quello, Ubaldini Editore, Roma, 2001, p.10

Gheranda

Purificazione, forza, fermezza, leggerezza, quiete, percezione immediata del sé e distacco sono i sette adempimenti dello Yoga.

Gheranda-Samita

Il silenzio è dentro, non attorno.

 

È portentoso quello che succede.
E c’è dell’oro, credo, in questo tempo strano.
Forse ci sono doni.
Pepite d’oro per noi. Se ci aiutiamo.
C’è un molto forte richiamo
della specie ora e come specie adesso
deve pensarsi ognuno. Un comune destino
ci tiene qui. Lo sapevamo. Ma non troppo bene.
O tutti quanti o nessuno.

Nove marzo duemilaventi, Mariangela Gualtieri

 

Il momento di fermarsi doveva arrivare, per tutt*, per comprendere questo essere insieme, questo essere tutto.
Qualche giorno fa Rocco Ronchi, sempre su doppiozero, scriveva “Con la forza oggettiva del trauma, il virus mostra che il tutto è sempre implicato nella parte, che ‘tutto è in qualche modo in tutto’ e che non ci sono nell’impero della natura regioni autonome che facciano eccezione.”. Questo pensiero mi ha ricordato la preghiera che si trova nelle Upaniṣad, conosciuta nella forma del mantra

Ōm pūrṇam adaḥ, pūrṇam idam, pūrṇāt pūrṇam udacyate |
pūrṇasya pūrṇam ādāya pūrṇam evāvaśiṣyate ||

che più o meno invoca lo stesso tipo di comunanza: “quello è il Tutto, e questo pure è il Tutto. Poiché solo il Tutto nasce dal Tutto e anche se il Tutto viene sottratto al Tutto, ecco, ciò che rimane è il Tutto.”

Allora forse oggi abbiamo la possibilità di sperimentare davvero la pratica dello Yoga, lontani dalla Shala, dal conforto dello spazio ricavato per noi, dalla guida dell’insegnante. Allora oggi forse abbiamo la possibilità di sperimentare se la pratica ha radicato in noi in qualche modo, qualunque modo. Che sia l’attendere il caffè su un piede solo, che sia la pratica di śanmukhi mudrā quando la testa è piena, che sia il preparare una zuppa nella pentola di coccio, con pazienza e con amore.
Davvero forse non importa il cosa, importa il come. L’attitudine con cui facciamo le cose. In questi giorni “sospesi” più che mai.

Quante volte lo abbiamo ripetuto a lezione? Quante volte abbiamo provato a ribaltare la pratica fisica per provare a trasporla nell’attitudine a fare. Questo anche il senso del lavoro con Silvia Patrizio sul testo di Yogasūtra: vediamo le nostre abitudini? Cerchiamo di cambiarle. Almeno oggi non potremo dire che non abbiamo il tempo.

Poi, certo, qualche stiramento, qualche torsioncina, qualche allungamento… srotolare il tappetino a casa da sol* è difficile, vero? Ma di quale tappetino stiamo parlando?
Esploriamo nuovi “tappetini”, nuovi modi per abitare la pratica, per trasformala e lasciarci trasformare. Comprendere il senso di quanto sperimentato in questi mesi, anni, e dargli una nuova forma. Siamo stati fortunati e fortunate in questi anni, ci siamo ricavate uno spazio tutto per noi per nutrirci. Ed è ora che quelle esperienze e quegli insegnamenti trovino la strada per il sole, come tante volte abbiamo detto durante la pratica del Sankalpa di fine anno, ricordate?

Lo Yoga è un bagaglio leggero da portare in viaggio, non lasciamoci scoraggiare. Ci siamo preparati e preparate per anni a questo momento di lontananza forzata, di silenzio. Di ascolto e di attesa.

Lasciamo fruttare quanto abbiamo coltivato con cura.

Manuela

Alle soglie del Silenzio

La via dello Yoga

Le radici delle pratiche yoga affondano lontano tempo, probabilmente nel secondo millennio avanti nostra era, tuttavia la prima sistematizzazione organica della disciplina è opera dello Yogadarshana ai primi secoli delibera corrente. La scuola traccia un percorso che si dipana in otto tappe o, come indica il termine ashtanga riferito a questa particolare forma di Yoga, è articolato in “otto membra”, la cui finalità è la dissociazione del praticante da tutto ciò che è materiale per liberare la propria essenza spirituale.

Secondo la visione hindu l’attaccamento alla materia, determinato dall’ignoranza, è la fonte di ogni sofferenza. Lo Yogadarshana si prefigge di attuare la separazione dello Spirito dalla materia per interrompere definitivamente la dolorosa catena delle reincarnazioni e realizzare la liberazione suprema il moksha. Tale obiettivo -primario nel contesto culturale dell’epoca per i destinatari degli Yogasutra, cioè gli asceti che anelavano alla definitiva interruzione del samsara – rischia, se interpretato letteralmente, di condurre ad una pericolosa scissione. Il testo può tuttavia validamente essere riproposto, rileggendolo in termini di affrancamento da certe modalità di vita e non dalla vita stessa.

Il metodo proposto, l’ashtangayoga, è invece tutt’oggi validissimo, poiché rende più consapevoli di sé e responsabili nei confronti degli altri e del mondo circostante. Rivisitato in questi termini, lo Yoga diventa una sorta di magister vitae, maestro di vita, che induce a cercare il senso dell’esistenza e a dargliene uno.

La rotta etica è tracciata dalle prime due membra dell’ashtangayoga: yama, le “restrizioni” che regolano i rapporti interpersonali, invitando a innocenza, autenticità, generosità, dedicazione, essenzialità; niyama, le “prescrizioni” che favoriscono una relazione più funzionale con se stessi, coltivando purezza, appagamento, ardore, consapevolezza e entusiasmo.

L’esercizio di yama e niyama è una costante revisione interiore delle proprie modalità di interazione con gli altri, il mondo e se stessi, e un impegno alla testimonianza silenziosa di valori che si traduce in fatti e non in vaniloquio. Il primo esercizio del silenzio nello Yoga è proprio evitare le parole inutili, restituendo al parlare la sua dignità di strumento comunicativo ed espressivo, rammentando come la parola sia addirittura stata trasformata in una Dea nella tradizione indiana e sia considerata la forza che manifesta il mondo. Non solo: le lettere dell’alfabeto sanscrito sono chiamate “Piccole Madri”, quando si vuole alludere al loro potere generativo e significativo.

 

Marilia Albanese, Tacita-Mente, Mimesis Edizioni, Milano, 2016, pp. 16-17

Il silenzio onesto

Non tutti i silenzi sono uguali. Come, grazie alla consapevolezza del vivere, si diventa sensibili alla luce, alle diverse sfumature di luce in diversi luoghi, in differenti momenti della giornata e delle stagioni, cosi si colgono miriadi di sfumature nei silenzi nostri e altrui, silenzi umani, silenzi degli animali, degli alberi, silenzi minerali.

Il silenzio non è tacere né mettere a tacere, è un invito, è stare in compagnia di qualcosa di tenero e avvolgente, dove tutto è già stato detto. Il silenzio sorride.

Caro silenzio, aiutami a non parlare di tè, aiutami ad abitarti. Addestrami. Disarmami. Tu mi insegni a parlare. Eccomi, mi lascio rapire. Non lascio niente a casa, niente di intentato. Ci sono. In te. Arte del congedo per ritrovare.
Arte dell’a-capo che insegna a lasciarsi scrivere. Il silenzio semina. Le parole raccolgono.

Il silenzio è cosa viva.

 

Chandra Livia Candiani, Il silenzio è cosa viva, Einaudi, Torino, 2018, p. 50

Guru Mantra

 

Om Gururbrahma Gururvishnur Gururdevo Maheshvaraha Gurursakshat parambrahma Thasmai Sri Gurave namaha
Il Guru è Brama, il Guru è Vishnu, il Guru è Shiva, il Guru è il Supremo Assoluto. A questo Guru io m’inchino.

Agnyana thimi randasya jnananjana salakaya Chakshu runmii litham yena thasmai Sri Gurave namaha
Tramite il collirio della conoscenza guarisce gli occhi di chi è accecato dalle tenebre dell’ignoranza A questo Guru io m’inchino

Akanda mandalakaram vyaptham yena characharam Thathpadham tharsitham yena thasmai Sri Guruve namaha
Infinito come la forma di un mandala che pervade l’intero universo animato ed inanimato, Egli ci mostra la divina dimora, a questo Guru io m’inchino

Mannadha Sri Jagannadho madguru Sri Jagadguruhu Madatma sarva bhuthathma thasmai Sri Guruve namaha
Il mio Signore è il Signore dell’Universo, il mio Guru è l’insegnante dei tre mondi, il mio Sé è il Sé di tutti gli esseri. A questo Guru io m’inchino

Brahmanandam parama sukhadham kevalam jnanamurthim
Dwandwa thitham gagana sadrusam thathva masyadi lakshyam
Yekam nithyam vimala machalam sarva disakshi bhutham
Bhava thitham thriguna rahitham sadgurum tham namami

Io mi prostro al Sadguru, l’incorporazione della Beatitudine del l’Assoluto, il Dispensatore della gioia più alta.
Egli è assolutamente Unico. Egli è la Conoscenza personificata. Egli è oltre la dualità, senza forma come il cielo, l’oggetto dal detto vedantico: “Tu sei Quello”.
Egli è uno, eterno e libero dalle impurità. Egli è immobile, il Testimone degli intelletti di ogni creatura. Egli è al di là dei mutamenti e del divenire, al di là delle tre guna

Janma mrtuthyu jara vyadi naasanm mruthyu tharakam
Nana margaisthu dushprapam, kaivalyam paramam padam
Dalla nascita alla morte, noi conosciamo la vecchiaia, la malattia, la distruzione e la prova delta morte.
Dei diversi sentieri, il più difficile da percorrere è quello dell’isolamento. Esso è l’obiettivo supremo.

Om that sath Om that sath Om that sath
Om così sia Om così sia Om così sia

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