PENSIERI

Verso Darśana Vol. 4

Continuano i lavori di brainstorming con il nuovo gruppo di lavoro verso Darśana Vol. 4!
La collaborazione con Gianfranco Del Moro e Marco Passavanti di AYCO, si sta confermando molto ricca e interessante per completare il lavoro di approfondimento messo in campo in questi anni di formazione continua.
Stiamo ancora mettendo a punto titolo e contenuti precisi ma possiamo anticiparvi alcuni contenuti – stimolo condivisi da Gianfranco Del Moro:

Oggi si fa un gran parlare di consapevolezza rendendolo tra i termini più inflazionati, ma il Buddha, artefice del termine e del concetto (sati, in pāli, e smṛti, in sanscrito), almeno nella modalità che interessa a noi, che valore dava a questo fattore mentale? Era così importante nella pratica meditativa al fine di raggiungere la liberazione dalla sofferenza, obiettivo che si era posto il Buddha? Aveva importanza nel quotidiano? E nel caso, come suggeriva di metterlo in pratica?
Essendo oggi il termine un po’ logoro, cercheremo di riappropriarci del concetto originario, avvalendoci delle parole e del pensiero originario del Buddha.
Approfitteremo di questa comprensione per vedere la consapevolezza all’opera nella pratica meditativa. E non solo: faremo anche brevi pratiche di
āsana per sperimentarla in azione e un breve laboratorio interattivo che stimolerà la comprensione profonda del concetto.

Qual’è il ruolo della consapevolezza nella pratica del quotidiano?

Nell’attesa di anticiparvi anche i contenuti portati da Marco Passavanti, che oltre ad essere un praticante è uno studioso accademico e che, dunque, si muoveranno su due canali, vi possiamo anticipare le date:

Sabato 4 e domenica 5 febbraio con Gianfranco del Moro
Sabato 4 e domenica 5 marzo con Marco Passavanti

 

La formula sarà quella intensiva con orari precisi ancora da concordare.

 

Come le precedenti edizioni, anche questo ciclo di formazione sottoposta al vaglio della YANI (Associazione Nazionale Insegnanti di Yoga) per essere riconosciuta valida come formazione continua al fine dell’’ottenimento dei crediti richiesti agli/le insegnanti già diplomati/e e associati/e, anche per la partecipazione modulare, laddove da noi certificata.


Curiosǝ di saperne di più?

Scriveteci una mail da qui!

Trovare lo straordinario nell’ordinario

Sperimentare a partire dal noto: l’esperienza del laboratorio
“Obiettivo Benessere – Sindrome Metabolica”

 

Vogliamo raccontarvi una storia, un progetto regionale al quale abbiamo partecipato su richiesta del Dipartimento di Salute Mentale della Aulss 8 Berica con il quale da tempo collaboriamo.
A partire da maggio 2021, infatti, abbiamo tenuto delle lezioni di yoga – ginnastica finalizzata alla salute e al fitness all’interno degli spazi del centro diurno del Dipartimento di Salute Mentale del centro polivalente di San Felice; il progetto era rivolto ad un gruppo di pazienti selezionati per il rischio di sviluppare la “sindrome metabolica” e prevedeva un approccio multidisciplinare, tra cui il nostro laboratorio.

Manu ha condotto una lezione a settimana da maggio a novembre e seguito tutti gli incontri di coordinamento: vi facciamo un breve resoconto che in parte ricalca quanto abbiamo relazionato alla Regione.

A partire dal primo incontro di presentazione del laboratorio è stato evidente che le lezioni si sarebbero realizzate partendo dalla posizione seduta sulla sedia: l’uso tel tappetino per un lavoro a terra, infatti, non sarebbe stato accessibile a tutti i partecipanti, viste le variegate condizioni fisiche. Abbiamo quindi orientato il lavoro a partire dalla sedia e verso la posizione in piedi.
Questo “limite” iniziale si è rivelato una risorsa preziosa per esplorare in modo inedito la pratica, allentando anche le diffidenze e le preoccupazioni espresse in prima battuta da alcuni dei partecipanti: “guarda che io non riesco a mettere le gambe incrociate”, “con le mie ginocchia non sarà facile”, “io ho sempre mal di schiena”… la sedia, come oggetto domestico, invece, ha da subito abbassato il livello di ansia prestazionale, trasformandosi da semplice e noto oggetto quotidiano a potenziale “attrezzo” e compagno per la pratica.
Questo ribaltamento di visione è proprio quello che abbiamo provato a portare come filo rosso in tutta la proposta: prendere un oggetto, un gesto, un movimento, una posizione “domestica”, conosciuta, e scoprirne il potenziale altro. Non servono sempre gesti eclatanti o movimenti complicati per esplorare, ascoltare, sperimentare… è nel noto e nel ripetuto, nel già consolidato, che possiamo esplorare un potenziale di ascolto senza aumentare il livello di ansia, di paura. Da lì possiamo poi transitare verso altro di ignoto, sbilanciarci e scoprire qualcosa di nuovo: apprendere.

Questo utilizzo dell’immaginario ispirato alla vita domestica è un lascito prezioso dell’esperienza fatta da Manu al Dance Well Teacher Training: contaminare le pratiche, adattarle all’obiettivo che è sempre la presenza, la possibilità di esserci e sperimentare nelle proprie possibilità. Non c’è una strada comune per tutti e tutte, ci sono vie, ci sono corsi, ci sono tempi. Ma accompagnare tutti i corsi d’acqua al mare è l’obiettivo da perseguire.
La sperimentazione non deve essere infinita: si propone un catalogo di pratiche, le si sperimenta, le si adatta, si osserva, si ascolta, si aspetta. Si lascia sedimentare e si ripete, ma anche si cambia, ma non troppo; tenere un filo comune, ripetere ma con piccole variazioni abbassa la soglia dell’ansia in persone che non si definirebbero “di prima mano” sperimentatrici: in questo modo, in forma sottile, si sperimenta, ma senza gridarlo, ci si lascia andare, ma piano piano.
E dopo che si è sperimentato un po’, si è variato, si fa il punto: cosa ha funzionato? Cosa tenere? Cosa ricordiamo? Cosa ci è piaciuto? Cosa ci ha sfidato? Cosa abbiamo provato a ripetere da solǝ?

Qui viene il bello, il famoso travaso.
Abbiamo cercato di proporre una routine di pratiche che potesse travasare dallo spazio settimanale del laboratorio allo spazio quotidiano della vita, dove inserire alcune piccole trasformazioni che possono avere grande impatto sulla salute psico-fisica generale.

 

Word Cloud creato per gli attestati di frequenza con le parole emerse durante il laboratorio.

Verso la fine del ciclo di incontri abbiamo fatto l’esperienza della conduzione condivisa: dopo tante sperimentazioni e proposte, veniva il momento di provare a far sedimentare quanto era rimasto in memoria come saliente e utile: qualcosa che era piaciuto particolarmente o che avevamo sperimentato come meglio per noi. Abbiamo quindi dedicato gli ultimi 4 incontri alla co-conduzione: ciascuno proponeva e conduceva un esercizio per il gruppo, e tutti e tutte potevano collaborare con variazioni, rilanciando.
In questo modo l’apporto individuale veniva riverberato nel gruppo, accresciuto, chiarendo quanto il gruppo sia una vera forza motrice: se ciascuno/a ricorda un pezzetto, il gruppo è in grado di ricordare un’intera lezione!
Inoltre lo stimolo del singolo stimola la memoria corporea dell’altro, promuovendo variazioni sperimentate ma anche proposte inedite: una volta che il corpo si apre alla sperimentazione senza il blocco mentale del “non sapere cosa fare / non essere capaci”, emergono tutte le potenzialità di gesti semplici come spazi di sperimentazione.

Sono proprio i gesti di cura semplici ad aver guadagnato maggior consenso, tra tutti l’automassaggio ai piedi: nelle ultime lezioni co-condotte non è mai mancato! In generale abbiamo insistito molto sul lavoro “sui piedi”, sul radicamento, sul sentire la terra, l’appoggio, lo stare su due piedi, poi su uno; il transito da due piedi – un piede – due piedi che chiamiamo camminare: quel momento di azzardo, di sospensione, di equilibro che tutte e tutti sperimentiamo costantemente ma al quale non diamo peso, pensando di non essere capaci di stare su un piede solo. E invece… basta dilatare i tempi et voilà.
Massaggiare i piedi con le palline da tennis o semplicemente con le mani, riconoscere al tocco dove c’è bisogno o come scaldare i piedi: gesti intuitivi di cura che non richiedono grande tecnica ma una progressiva dimestichezza, un volersi bene semplice.

Se dovessimo quindi riassumere l’esperienza del laboratorio diremmo che non serve sempre lo straordinario, ma un recupero dell’ordinario: lavorare per proporre un ascolto corporeo semplice e pratiche di cura accessibili, basilari, ma non scontate, favorendo il sentire, il percepire la sperimentazione.
Massaggiarsi il corpo, impastarlo, percuoterlo leggermente con le dita o con le palline da tennis o strofinarlo con un tessuto; usare attivamente le mani, strizzarle, stringerle, massaggiarle, sentirne la forza e il potenziale; utilizzare lo sguardo, esterno e interno, allenare l’udito, addomesticare il silenzio e il buio, spesso orizzonti di paure; trovare nel respiro una compagnia silenziosa, in grado di “cucire insieme i pezzi” come abbiamo tante volte ripetuto.
Sperimentare che il nostro stato d’animo influenza il respiro, ma anche che stare nel respiro può mutare lo stato d’animo, e in questo modo possiamo influenzarlo “per il bene”, o anche solo riconoscere il nostro stato d’animo attraverso il respiro, e nominarlo.

(Ri)Prendere un ritmo comune

Chi pratica yoga lo sa, l’equilibrio fra dentro e fuori è sempre sottile, perché siamo fatti di molti strati e di connessioni infinite a ciò che ci circonda. Non ci si può prendere cura del corpo e mortificare la mente o viceversa. Lo yoga per me è stato una grande risorsa nel corso di questi lunghissimi mesi; poterlo praticare online, come molte altre discipline che si sono trasferite su piattaforme digitali a causa del Covid-19, mi ha consentito di mantenere la consapevolezza delle tensioni accumulate, e mi ha dato modo di alleggerirle, soprattutto non mi ha fatto perdere una comunità di persone con cui condividere un’esperienza di attenzione e di cura.

Uno degli aspetti su cui ci si sofferma sempre poco nel parlare di pratiche fisiche, di sport in particolare, presi come siamo dall’agonismo, è l’aspetto di condivisione:corpi che fanno la stessa cosa, prendono un ritmo comune. Eppure, molto del beneficio che se ne trae viene anche da lì.

 

Alessandra Sarchi

 

Sri Vasavi Yogashram Chennai

 

Da lunedì 24 maggio Aśvattha riapre le porte del proprio centro a soci e socie.

La pratica on line di questi mesi si è rivelata una preziosa risorsa, con tutti i suoi limiti ma anche con molte possibilità, e non solo per rimanere “connessǝ”…
Ha portato ciascuna e ciascuno di noi a misurarsi con un nuovo modo di praticare, creare nuove modalità di insegnamento, ha aperto a nuove possibilità di scambio e di sperimentazione. È stato molto faticoso misurarsi con l’assenza, con la solitudine di condurre un monologo, con l’impossibilità di far passare tutto ma proprio tutto, ma è stato un ottimo modo per disancorarsi da alcuni schemi routinari, come l’esigenza di vedere e sentire sempre tutto in contemporanea.

La modalità on line ha cambiato sicuramente l’approccio dei sensi: l’impossibilità della tridimensionalità e di tutte quelle informazioni propriocettive che ci arrivano quando siamo immersǝ in un ambiente determina, di solito, la predominanza di un senso, che spesso è la vista; ma questa incontrava un’oggettiva impossibilità di predominare visti i limiti del medium, almeno nel nostro non professionale sistema di trasmissione. Affidarsi quindi alla parola, parola ascoltata senza essere confermata dal visto, è stata essa stessa una pratica. Parola necessaria, in grado di condurre ma non appesantire, in grado di essere esaustiva, di arrivare chiara.

E poi l’esperienza di creare uno spazio domestico da eleggere a śāla – stanza della pratica, connotando in parte lo spazio in modo più “accogliente” ma, soprattutto, connotando noi stessǝ a quell’attitudine ad accogliere. Fare spazio attorno è fare spazio dentro, trovare un piccolo sancta sanctorum dentro di noi e autorizzarci a entrare.

In questo modo abbiamo nutrito la fiammella di quel fare insieme che è la pratica yoga: certo una pratica individuale, che non si esaurisce con il momento “sul tappetino” come spesso si vuole ricordare. Qualcosa di più profondo e pervasivo, radicante come le più vigorose malerbe, capace di insinuarsi in ogni piega e in ogni crepa, tanto più se a praticarlo eravamo a casa nostra.

Da lunedì 24 torneremo a praticare insieme in presenza, dando un po’ di ossigeno alla fiammella, portando quanto abbiamo sperimentato e scoperto in questi mesi nello spazio della condivisione, quel “fare insieme” che scandisce il ritmo di ciò che è messo in comune, siano i corpi, siano le anime, che vibrano in sintonia.

Non vediamo l’ora!

Manu & Albiji

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Vi sono due fasi nell’insegnamento…

“La prima quando avrete a che fare con persone che vengono una volta alla settimana ‘a fare yoga’, che non sono ancora veramente interessate e che non sono sempre fedeli. Sarà il periodo più duro per voi.
La seconda fase è quando queste persone saranno toccate dalla grazia dello yoga e cominceranno a praticare da sole. Vorranno saperne di più. La loro ricerca sarà innescata.
Tutto diventerà allora più facile per voi, ma allo stesso tempo più complesso.”

 

Gérard Blitz, YOGA la regola del gioco

 

È passato quasi un anno da quando le nostre attività in presenza si sono interrotte, e poi rarefatte, e poi di nuovo interrotte.
Durante il primo lockdown abbiamo deciso di non portare avanti la pratica on line per diversi motivi cercando, invece, di promuovere la pratica individuale: qualunque pratica individuale, come descriviamo proprio nell’articolo.
Per noi, ad esempio, era il lavoro al libro.
Abbiamo cercato di manifestare la nostra vicinanza sui social e qui sul sito, scrivendo articoli, dando spunti e suggerimenti e condividendo le esperienza di tante e tanti praticanti che stavano provando a praticare in solitaria (più spesso in compagni di gatti, in realtà).

Ciascunǝ ha cercato il proprio modo di abitare quel momento e ha portato la pratica nella propria vita nella modalità più accessibile, più sentita. C’è voluto tempo, c’è voluto impegno, forse, fatica. Certamente presenza.
Però, quando ci siamo ritrovatǝ, sono tantǝ ad averci raccontato l’evoluzione della pratica nelle loro vite. A condividere strategie e acquisizioni, amori sbocciati per pratiche prima osteggiate e benessere ricavato dai suggerimenti e le ispirazioni ricevute.

Avevamo, ovviamente, anche condiviso le pratiche portate avanti on line da centri amici, promuovendo la sperimentazione e la contaminazione (che è una bellissima cosa, anche se ora il termine suona proprio male!) e quello che ne è emerso è, ovviamente, molto più di quello che ci aspettavamo.

A settembre abbiamo ripreso a pieno regime, contingentatǝ ma felici.

E quando a novembre la pratica in presenza si è di nuovo interrotta abbiamo deciso di continuarla on line: ora sì, potevamo farlo davvero. Perché non lo abbiamo vissuto come un obbligo, un surrogato, una necessità. Lo abbiamo vissuto come un desiderio, uno spazio possibile di condivisione che, però, non è “necessario”: abbiamo tuttǝ imparato un po’ di più a convivere con noi stessǝ e a portare in questa solitudine la pratica.
Infatti c’è qualcunǝ che non sta praticando on line perché porta avanti la propria pratica individuale.

Non è bellissimo?

Allora torniamo alla farse di Blitz: il cammino dello Yoga come cammino di liberazione, di emancipazione, di indipendenza, che ci rende capaci di adattarci alle situazioni in continuo mutamento.

Questa è la vera possibilità.

Riflessioni sulla cura

Il tema della “cura” è quello che ci sta più a cuore. Non la cura intesa come “terapia”, e nemmeno come “sostegno alla sopravvivenza”, citando gli studi di Luigina Mortari, ma quella cura “che coltiva l’essere per farlo fiorire. [che] Non è risposta all’urgenza di sopravvivere, al sentirsi vincolati alla necessità di persistere, ma risponde al desiderio di trascendenza, al bisogno di orizzonti di senso in cui attualizzare il proprio essere in quanto poter essere” [1].

 

È la cura che ciascunǝ rivolge a se stessǝ, dedicandosi tempo e spazio, mettendosi in ascolto e lasciando che si realizzi il possibile nelle sue forme migliori. Non le grandi imprese, ma quell’impresa che è la propria vita, al netto delle possibilità del momento.

 

Ancora più forte in questo momento crediamo che sia “qui” che dobbiamo tornare, alla cura del dettaglio, del piccolo, di quello che è nostro potere e nostra responsabilità fare al meglio, per noi ma non solo.

 

La cura è relazione, per definizione: relazione con me, relazione con l’altro, relazione con il tutto. Siamo interdipendenti, quindi se ci prendiamo cura di noi nel modo giusto, con rispetto, con ascolto e con dedizione, ci prendiamo cura del tutto.

 

La cura è un fare, si incarna nelle azioni, non nelle buone intenzioni o nelle belle parole.
La cura è corpo, è un fare insieme con.

 

Allora non facciamoci bastare la sussistenza, e non pensiamo solo alla terapia, anche se entrambe sono fondamentali: nel mezzo c’è la nostra possibilità di “non accontentarci di un’idea di bene se c’è un’idea di meglio disponibile”, sempre per usare le parole di Mortari.

 

Ed è nostra responsabilità tendere verso quel meglio.

 

[1] Mortari Luigina, Filosofia della cura, Raffaello Cortina Editore, 2015, p. 25

Il praticante dello yoga

Il praticante dello yoga conosce anche il prezzo di un silenzio che risulta dalla possibilità di giungere a un raccoglimento di sé che riesce a liberarsi dalle preoccupazioni quotidiane e dal rumore del mondo. Chi fa lo yoga ogni giorno a poco a poco torna a sé e scopre lo stare qui e ora in sé, con sé come la fonte da dove nascono le decisioni, i gesti, le parole e il modo di relazionarsi con l’altro, gli altri e il mondo. Questi da allora non ci tirano più fuori o non ci invadono più dentro, ma approfittano della nostra cultura interiore e ne vengono anche loro modificati.

 

Luce Irigaray, intervista a cura di Maria Piacente

C’è un segreto nello Yoga

Il silenzio non è solo stare zitti

Il silenzio non è solo stare zitti
ma è la tua pace interiore
e sta nelle cose di tutti i giorni:

 

nella corsa di un bambino,
nel volo degli uccelli,
nella pioggia e nella neve
che cade libera e si posa delicatamente
come una ballerina nel suo spettacolo.

 

Questo è il silenzio, che vedere non si può,
ma tenerlo si.
E devi solo trovarlo
perché il silenzio
sei tu.

 

 

Melanya, 11 anni, peruviana
in Candiani Chandra Livia, Ma dove sono le parole, Effigie edizioni, 2015.

La posizione rimane l’incognito

La posizione rimane l’incognito che avvicinate senza preconcetti. Un po’ come una stanza oscura nella quale aprite lentamente una finestra: la luce progressivamente illumina lo spazio. La sostanza rimane sempre in risveglio, senza il più piccolo cambiamento durante la presa, il mantenimento ed il ritorno alla āsana.

 

Éric Baret, Lo yoga tantrico del Kaśmīr

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