PENSIERI

Il praticante dello yoga

Il praticante dello yoga conosce anche il prezzo di un silenzio che risulta dalla possibilità di giungere a un raccoglimento di sé che riesce a liberarsi dalle preoccupazioni quotidiane e dal rumore del mondo. Chi fa lo yoga ogni giorno a poco a poco torna a sé e scopre lo stare qui e ora in sé, con sé come la fonte da dove nascono le decisioni, i gesti, le parole e il modo di relazionarsi con l’altro, gli altri e il mondo. Questi da allora non ci tirano più fuori o non ci invadono più dentro, ma approfittano della nostra cultura interiore e ne vengono anche loro modificati.

 

Luce Irigaray, intervista a cura di Maria Piacente

Seminario di Yoga con Walter Thirak Ruta

📷 Catherine Laugée

 

Aśvattha e Ganapati organizzano il seminario di yoga condotto da Walter Thirak Ruta.

 

LO YOGA È MORTO. VIVA LO YOGA!

 

Il seminario si terrà Sabato 28 e Domenica 29 Novembre 2020 presso lo spazio VOLL sito in via Via della Robbia Luca, 19 a Vicenza (Google maps link) con i seguenti orari:

Sarà un incontro per praticare insieme secondo gli insegnamenti dello Yogi silente di Madras: un’occasione per approfondire le tecniche dello haṭha-yoga e gli strumenti per l’incontro con se stessi, attraverso letture, racconti e contestualizzazioni; insieme ci addentreremo nelle kriyā più rappresentative proposte dal Maestro, grazie anche all’utilizzo del libro “Offri prima di fruire” dedicato proprio a tali insegnamenti.

 

Sabato: Lezione dalle 9 alle 12.30 e dalle 14.30 alle 17.30.

 

Presentazione del libro “Offri prima di fruire”, dialogo con Laura Liberale: dalle 17.30 alle 18.30.

 

Domenica: Lezione dalle 8 alle 11,30 e dalle 13.30 alle 16.30.

 

La quota di partecipazione all’intero seminario di due giorni è di 120€. La quota comprende il pasto del sabato preparato da Al Barco Cooperativa Insieme e il brunch della domenica. Entrambi i pasti saranno vegetariani/vegani.

Per questioni organizzative legate anche alla contingentazione delle presenze, chiediamo di confermare la partecipazione al seminario e comunicare, con adeguato anticipo, eventuali esigenze rispetto i pasti (allergie, intolleranze etc).

Per eventuali richieste in eccedenza sarà attivata una lista d’attesa.

È necessario arrivare muniti/e del proprio tappetino e eventuali altri supporti ad uso esclusivo.
Indossare la mascherina all’arrivo e all’uscita e laddove non sia impossible mantenere le distanze di sicurezza e astenersi dal presentarsi in caso di sintomi e/o contatto con soggetti sintomatici o in attesa di accertamenti, come da indicazioni sanitarie nazionali.

 


 

Walter Thirak Ruta

Insegna regolarmente alla Scuola Yoga Pramiti di Ventimiglia e nei seminari in Italia, Francia, Portogallo, Svizzera, Germania, Marocco e Congo.
Forma insegnanti di yoga in aderenza agli insegnamenti dello “Yogi silente di Madras” con un Formazione classica ed una Formazione sperimentale.
Organizza un lungo seminario residenziale, sperimentando con gli studenti alcune pratiche descritte nei testi dello hatha yoga.
I risultati di tale impegno collettivo confluiscono nell’accreditare la valenza dello yoga come disciplina salutistica ed iniziatica.

 

Presentazione a “Offri prima di fruire”, di Walter Thirak Ruta

 

 

Scarica la locandina

Per iscrizioni
Ricordiamo di specificare eventuali necessità rispetto ai pasti.

Asvattha Associazione di Yoga
Manuela 349 6053395
Modulo per scrivere una mail nella pagina Contatti

C’è un segreto nello Yoga

Offri prima di fruire

 

Dare il titolo a un libro è un’invocazione, affinché l’ispirazione colga nel segno.

Da anni Walterji lavorava alla raccolta di contributi da parte degli allievi e le allieve di Swamiji. Un lavoro enorme, che teneva insieme i fili del tempo e le geografie, per realizzare un libro, un’offerta, che racchiudesse gli insegnamenti ricevuti non per fissarli o contenerli, ma per farli rivivere.

Allievi e praticanti in questi anni hanno fatto ricerche, hanno scavato tra gli appunti, nella memoria, tra le fotografie. Hanno messo in parole la propria esperienza, l’hanno tradotta in disegni, in preghiere.
E Walter attendeva, raccoglieva, a sua volta scriveva, ricordava, praticava e trasmetteva. Sempre in un confronto dialettico, in un ascolto profondo per non rendere le storie un’unica storia, ma per vedere come tante voci, a volte anche discordanti, potessero risuonare insieme in modo armonico, creare una sinfonia.
Questa è forse la sua dote più grande, l’amore del mettere insieme, del credere al “e-e”: in qualche modo un atteggiamento molto indiano.

E così siamo arrivati alle fine del 2019 e alla necessità di cominciare a “lavorare per il libro”.
Le sole immagini erano già più di 400 e il tempo a disposizione poco. Ci sarebbe voluto moltissimo per realizzarle tutte.

E poi è iniziato il 2020, e proprio al suo abbrivio, ci siamo trovati in quarantena.
Improvvisamente quel senso del tempo è cambiato. Non avevamo più le lezioni, che non abbiamo realizzato on line, e molti dei nostri lavori, soprattutto quelli di Albiji, si sono interrotti. Era il momento giusto.
Il libro come sādhanā.

Sono stati mesi lunghi, densi, in cui le giornate erano scandite in scrittura e revisione, in commenti al file in condivisione e telefonate. In confronti tra il testo, a cui lavoravano Manu e Sarah con Walter – su pezzi diversi dei libro-, e i disegni, a cui lavorava Albi. Testa e cuore da tenere insieme, scelte stilistiche, una linea che non tradisse il sentito, l’esperienza, ma che sapesse restituire un’autorevolezza di contenuto, di pratica. Non un manuale tecnico, non un memoir. Un’offerta.

E per farlo bene ci serviva l’esperienza, la professionalità di chi il mestiere dei libri lo fa, e quindi Marina all’editing dei testi con Manu, Sarah e Walter e Teresa all’impaginazione e alla stampa con Albi e Walter.
Insomma, un gruppo di lavoro: di nuovo la capacità di Walter di mettere insieme.

E così siamo arrivati all’estate con un libro che è un pezzo d’arte, uno scrigno che racchiude perle preziose, ovvero, le kriyā dello Yogi Silente di Madras, che “raccoglie, per tramandarle”, come scrive proprio Walter nella presentazione del libro.

Una sinfonia di voci e contributi, capace di risuonare a diversi livelli e di intercettare tutti e tutte coloro che si vorranno mettere in ascolto.

Tutte queste voci lasciano trasparire sia le storie non espresse per riservatezza e pudore, sia l’amore che nasce dall’aver conosciuto Colui che ha indicato il cammino.

 

Confidando che si possa stabilire una relazione diretta e vitale con la materia pratica, simbolica e spirituale degli insegnamenti dello Yogi Silente di Madras, in queste pagine ho cercato di restituire ciò che conosco e di donare la possibilità di intuirne l’origine.

 

Walter Thirak Ruta

 

Il silenzio non è solo stare zitti

Il silenzio non è solo stare zitti
ma è la tua pace interiore
e sta nelle cose di tutti i giorni:

 

nella corsa di un bambino,
nel volo degli uccelli,
nella pioggia e nella neve
che cade libera e si posa delicatamente
come una ballerina nel suo spettacolo.

 

Questo è il silenzio, che vedere non si può,
ma tenerlo si.
E devi solo trovarlo
perché il silenzio
sei tu.

 

 

Melanya, 11 anni, peruviana
in Candiani Chandra Livia, Ma dove sono le parole, Effigie edizioni, 2015.

La posizione rimane l’incognito

La posizione rimane l’incognito che avvicinate senza preconcetti. Un po’ come una stanza oscura nella quale aprite lentamente una finestra: la luce progressivamente illumina lo spazio. La sostanza rimane sempre in risveglio, senza il più piccolo cambiamento durante la presa, il mantenimento ed il ritorno alla āsana.

 

Éric Baret, Lo yoga tantrico del Kaśmīr

Pratica e illuminazione sono una cosa sola

Pratica e illuminazione sono una cosa sola. E poiché la pratica ha le sue radici nell’illuminazione, anche la pratica del principiante possiede la pienezza dell’illuminazione, perché è in lui già dall’origine. Per questo, nel dare istruzioni sulla modalità della pratica, [il maestro zen] mette in guardia il discepolo di non cercare un’illuminazione al di là della pratica, ma di concentrarsi solo sulla pratica, senza mirare ad altro, perché questa forma di meditazione coincide con il risveglio della sua mente.

E dato che è proprio illuminazione della pratica, non c’è fine all’illuminazione; e dato che è pratica della realizzazione, non c’è inizio alla pratica.

 

Dōgen, Shōbōgenzō

Ringraziamo Silvia Patrizio per questo contributo che ha portato all’interno di Darśana – Lo Yoga attraverso lo sguardo dei testi.

Quando sei in crisi, cerca un bovino!

Continua la condivisione di pratiche che, a nostro avviso, possono essere utili in questo periodo sospeso che vede molti e molte di noi più statici del solito. Abbiamo chiesto aiuto alla figura mitologica del makara, poi a quella del piccione reale… e oggi ci affidiamo alla millenaria sapienza dei bovini: se c’è, infatti, una cosa che abbiamo imparato in India è “quando sei in crisi, cerca un bovino”!

 

Gomukhāsana

La postura del muso di vacca

“Seduti con il busto immobile, si portino ai lati della schiena i piedi distesi al suolo. Questa è la postura gomukha, che ha l’aspetto del muso della vacca.” GS: 2.16

«La Haṭhayoga-pradīpikā (I.20) precisa che le gambe devono essere incrociate in modo da portare la caviglia destra contro il fianco sinistro, e viceversa.» [1]

Si tratta di una posizione che potrebbe non essere accessibile a tutti al primo tentativo, ma che si presta ad essere praticata anche con adattamenti e in modo parziale.

Per accedervi ci sono diverse modalità
Dalla posizione seduta a ginocchia flesse:

  1. sedersi a terra con le ginocchia flesse e le piante dei piedi appoggiate al terreno e separate più della larghezza delle anche;
  2. a questo punto passare un piede, immaginiamo il destro, sotto al ginocchio sinistro per portarlo ad appoggiare il tallone all’esterno del gluteo sinistro;
  3. a questo punto fare la stessa cosa con il piede sinistro, passandolo sopra al ginocchio destro per portare il tallone all’esterno del gluteo destro. [2]
  4. La posizione finale ci vedrà seduti con il glutei a terra nello spazio dei piedi, i talloni appoggiati all’esterno dei glutei e e le punte rivolte verso l’esterno a ricordare le orecchie delle mucca.

 

Dalla posizione seduta con le gambe stese:
Utilizziamo spesso questa modalità quando avviciniamo gomukhāsana durante il riscaldamento delle gambe a inizio lezione, ispirato alla sequenza di “pawanmuktasana 1 – gruppo antireumatico” [3]: in questo si comincerà dalla gamba che passa sopra, allineando le due ginocchia e portando il tallone in esterno al gluteo.
Ci possiamo arrivare sia dalla posizione seduta statica, sia dal movimento che chiamiamo “del cullare” dove una gamba flessa viene mantenuta “come un bebè” e oscillata sul piano frontale, prima in modo delicato, poi più vigoroso verso l’esterno, per poi essere portata in chiusura, adagiando il ginocchio su quello della gamba stesa e il piede in esterno al gluteo.

In questo modo la posizione si presta anche ad essere eseguita in forma parziale, ossia mantenendo la gamba sotto estesa, soprattutto se l’obiettivo è di cominciare a lavorare su questo gesto di strizzamento del bacino.
Da questa mezza posizione sarà possibile passare alla posizione completa sollevando leggermente il gluteo ancora libero e flettendo la gamba stesa, portare il tallone all’esterno del gluteo.

 

Un’altra modalità, utile per chi ha gambe grosse o rigide, potrebbe essere quella di entrare in gomukhāsana dalla posizione quadrupedica che chiamiamo “del gatto”: in questo caso si può portare un ginocchio dietro l’altro, mantenendo i piedi ben distanziati, e, con l’aiuto delle mani, portare il bacino a terra nello spazio tra i piedi.
Utile a questo punto premere con le due mani sulle piante dei piedi e risollevare il bacino per qualche movimento di antero – retro versione e qualche movimento laterale che chiamiamo “della papera”: in pratica un oscillare a destra e sinistra mantenendo il bacino il più possibile morbido.

 

Qualunque sia la porta d’accesso per gomukhāsana la sfida è quella di riuscire a permanervi nell’agio: in caso di scomodità o fatica, oltre alla possibilità di praticarla in modo parziale, può essere utile aggiungere un rialzo sotto al bacino che consenta una seduta più alta e agile e meno richiestiva per le ginocchia.

La posizione si presta ad essere mantenuta statica, con le mani sulle piante dei piedi o sovrapposte sopra al ginocchio.
Non a caso nella tradizione Satyananda, con diverso nome, la posizione è indicata nel gruppo degli āsana meditativi come una valida alternativa ad altre posizioni sedute, e considerata molto benefica proprio per la inusuale posizione delle ginocchia e che “influisce sulla struttura pelvica e allunga i muscoli esterni delle cosce anziché quelli interni […] e inoltre massaggi e tonifica gli organi pelvici e riproduttivi.” [4]

La posizione è spesso proposta con una variante delle braccia che, in qualche modo, va a completare il lavoro in atto sugli arti inferiori.

 

Tuttavia a noi piace proporla più sotto forma di kriyā per come ci è stata trasmessa da Walter Thirak Ruta secondo gli insegnamenti ricevuti da Swamiji.
Si tratta in questo caso di realizzare la posizione statica prima con il busto eretto e poi in flessione, avvicinando il meno alle mani posizionate sul ginocchio, rimanendo in entrambe le posizioni per un certo tempo. Gli stessi gesti saranno ripetuti con un diverso atteggiamento delle braccia (braccia aperte lateralmente, braccia stese oltre il capo con le mani a preghiera in rotazione, mani a preghiera dietro la schiena…) mantenendo sempre la posizione statica prima a busto eretto e poi in flessione, avendo cura di non sollevare i glutei da terra e non “spalmarsi” sulle cosce-ginocchia, ma mantenendo sempre la schiena attiva e allungata e non indulgere nello spostare altrove il lavoro. [5]

 

La posizione si presta, inoltre, ad eseguire delle torsioni di colonna, da realizzare sui due lati per ciascun incrocio delle gambe.

 

Come tutte le posizioni sedute l’effetto prodotto dal radicamento del bacino a terra, in questo caso anche saldamente strizzato, è il favorire l’apertura toracica e l’allungamento della colonna, facilitato dalla leggera trazione che possono esercitare le mani intrecciate sulle ginocchia.

 

Quello che, a nostro avviso, questa posizione regala, in un momento così statico come quello che stiamo vivendo, è una trasformazione della zona della bassa schiena, molto deprivata dalla lunghe ore passate seduti, nonché un prodigioso strizzamento delle gambe, vincendo i crampi e contrastando il fenomeno diffuso delle “gambe senza riposo”, nonché il sopracitato allungamento delle fasce esterne delle gambe, collegate con il meridiano MTC della vescicola biliare, molto attivo in questo momento (si veda in merito l’articolo dedicato alla Primavera secondo la MTC).

A noi piace perché infonde pace, una pace profonda così come il respiro che ne deriva.

 

_______________________

[1] Fossati Stefano (a cura di), Gheraṇḍa-saṃhitā (Insegnamenti sullo Yoga), Magnanelli, Torino, 1994, p.49.
[2] notare che da qui, lasciando il piede sinistro appoggiato a terra nei pressi del ginocchio destro, potremmo passare direttamente in una variante di Matsyendrāsana.
[3] Swami Satyananda Saraswati, Asana Pranayama Mudra e Bandha, tr. it. Scuola di Yoga Satyananda Edizioni Satyanananda Ashram Italia, Rimini, 2011, pp. 21-42.
[4] ivi, p. 101
[5] Per un approfondimento: Walter Thirak Ruta, Dio è felicità, Edizioni Pramiti, 2011, pp. 197-199

Come un piccione seduto su un ramo…

Tra le pratiche che ci vengono in aiuto in questo periodo di parziale immobilità, c’è quella del piccione reale, nella variante semplificata, con la gamba che rimane allungata.

Eka Pāda Rājakapotāsana

“Essa merita di essere inclusa nella serie quotidiana delle āsana, perchè contribuisce a raddrizzare i dorsi incurvati e a liberare l’articolazione coxo-femorale, così minacciata dal nostro sistema di vita.”

Andrè Van Lysebeth [1]

Eka Pāda Rājakapotāsana può essere facilmente inserita nel riscaldamento dinamico prima di essere praticata in forma statica. Il modo in cui ci piace proporla, nei riscaldamenti un po’ “intensi” è nel passaggio tra il cane che guarda in basso e l’affondo.

Manu di solito la propone così:

  1. dalla posizione del cane che guarda in basso portare un piede tra le mani, immaginiamo il destro; a quel punto avremo il piede destro vicino alla mano destra e, dall’altra parte la mano sinistra. La gamba sinistra può poggiare il ginocchio a terra.
  2. Da qui, far “migrare” il piede destro verso la mano sinistra, agevolando la discesa del ginocchio destro verso la mano destra; certamente, il bacino rimarrà molto sollevato data la posizione fortemente angolata del ginocchio destro, variante che aiuta non solo l’articolazione dell’anca ma anche un lavoro sul posteriore della gamba e sul gluteo corrispondente.
  3. Da lì aumentare piano piano la flessione del ginocchio destro per muovere gradualmente il piede verso il bacino: ciascuno potrà decidere di quale chiusura necessita, sia per il tipo di lavoro ricercato sia in base alle proprie possibilità. Quello che andrà a variare, e che va considerato, sarà il posizionamento della coscia destra rispetto al bacino (più spostata verso l’esterno o piuttosto perpendicolare interrogando maggiormente l’equilibrio).
  4. Le mani saranno attive e sosterranno il busto mentre la gamba dietro, stesa e tesa, con la pianta del piede rivolta verso l’alto e non di lato – come indica con precisione Van Lysebeth nella sua descrizione – continua la sua azione di “scivolare” indietro aiutata dal peso del corpo, in parte sostenuto dalla mani-braccia, per andare a accompagnare con dolcezza il bacino a terra.

Quello che si può fare, in un primo momento, è passare in modo dinamico dal cane all’affondo facendo poi migrare il piede verso la mano opposta, per poi tornare, ripetendo con l’altra gamba e magari intervallando questo passaggio con altri āsana utili in questo piccolo vinyāsa, come la panca-sentinella o il passaggio ad un cane a tre zampe con l’apertura del fianco (sollevando un piede al cielo dal cane che guarda in basso, e facendo “cadere” il ginocchio-gamba dal lato opposto – quello che Manu, con i bimbi ma ormai anche con gli adulti, chiama “il cane che fa la pipì”… chiaro, no?).

Quando si sarà pronti si potrà pensare di provare ad abitare la posizione statica.

  1. Riprendendo da dove eravamo arrivati può essere utile, se non necessario, inserire uno spessore sotto al bacino di modo da poter sperimentare quella “spinta” verso terra rilanciata dallo scivolare della gamba indietro. Inizialmente per chi come Manu ha il dorso molto rigido, sarà impensabile realizzare la posizione nella sua estensione dorsale, liberando eventualmente le mani come sostegno.

Ma la domanda è sempre: su cosa vogliamo lavorare?

Incontriamo la difficoltà a piccole dosi.

Se la prima difficoltà sono le gambe o, comunque, è sul “jetl lag” della gambe che vogliamo lavorare, possiamo tenere le mani a terra e concentrarci sull’azione della gamba dietro; rimanere respirando e, gradualmente, spostare l’appoggio della mani sul ginocchio davanti: già questo diventa maggiormente richiestivo per il dorso poichè aumenta l’estensione dorsale, nonchè maggiormente sfidante l’equilibrio.

Tuttavia anche le mani posizionate a terra possono essere molto utili per dare una direzione al dorso: mantenendo le scapole vicine ed abbassate e giocando un pochino sulla leggera flessione dei gomiti per poi stenderli nuovamente, potremo sentire la retropulsione e la conseguente “esplosione” del petto in avanti, come la posizione del piccione reale richiede.

Che le mani siano a terra o sul ginocchio, a quel punto potrebbe essere utile realizzare una variante più semplice, ossia la flessione avanti, dove il busto si “spalma” sulla coscia-tibia (in base a come è posizionata la gamba davanti) e le braccia che scivolano avanti a terra. Scoprirete di poterlo fare tutti!

Da qui interessante anche muoversi con il busto nello spazio interno al ginocchio flesso, ossia in nel nostro caso a sinistra: altro movimento interessante. Tornando poi al centro riposizionare le mani e utilizzare con decisione per sollevare il busto, o meglio: per estenderlo! Sentirete una grande differenza!

Da qui sono possibili numerose altre varianti:

  • provare gradualmente a sollevare una mano alla volta per aumentare la pressione del bacino a terra;
  • portare le due braccia aperte a lato, con i palmi rivolti avanti, mantenendo le scapole unite e abbassate di modo da far avanzare il petto;
  • sollevare le braccia verso il cielo tenendo le mani a preghiera, aumentando l’inarcamento dorsale;
  • in ultimo è possibile unire le braccia stese davanti al petto con le mani a preghiera senza flettere il busto: qui la difficoltà del sollevare le braccia è amplificata dall’instabilità della base e dunque la necessità di continui aggiustamenti (spingere il bacino a terra, mantenere l’estensione del dorso e il petto aperto con le braccia sollevate in avanti).

La pratica di queste varianti consente un rilascio di tensione a livello delle gambe dato anche l’aumento dell’afflusso sanguigno nella zona del bacino, oltre ai benefici a livello del dorso-lombare già nominati. Il nostro Albiji è solito proporre queste varianti!

Un’altra possibilità è quello di provare ad eseguire la posizione “completa” che prevederebbe la flessione del ginocchio posteriore per portare, con il tempo e con l’aiuto delle mani, il piede a toccare il capo, con il dorso inarcato ad andargli incontro.

Questa variante non è decisamente adatta a tutti mentre potrebbe essere interessante, con il tempo, lavorare per poter afferrare il piede dietro, flettendo il ginocchio, per un lavoro più intenso a livello dell’ileo-psoas (tenerlo con le mani oppure incastrarlo nella piega del gomito); successivamente si potrebbe andare nella direzione della variante chiamata Vāmadevāsana che richiede che il piede posteriore si porti a “toccare” il piede della gamba davanti avendo cura di mantenere la coscia-femore anteriore esattamente perpendicolare al bacino.
B.K.S. Iyengar la descrive bene nel suo testo [2].

Oltre ai benefici già indicati da Van Lysebeh, B.K.S. Iyengar sostiene:

“Queste posizioni ringiovaniscono le regioni lombari e dorsali della colonna vertebrate. Esercitano i muscoli del collo e delle spalle; i vari movimenti delle gambe rinforzano le cosce e le caviglie. L’aumentala circolazione sanguigna nella tiroide, nella paratiroide, nelle ghiandole surrenali e nelle gonadi aumenta la vitalità. Inoltre queste posizioni stimolano la circolazione intorno alla regione pubica mantenendola sana. Questi āsana sono consigliati per curare i disturbi del sistema urinario e per controllare il desiderio sessuale.[3]”

Aggiungendo per Vāmadevāsana:

“Questo āsana allevia il dolore, cura la rigidezza alle gambe e mantiene sani gli organi genitali. Tonifica anche la colonna vertebrale e migliora la digestione.[4]”

Per avere delucidazioni sulla sequenza proposta, seppur con qualche differenza, segnaliamo questo link

Dopo averla praticata sia in modo dinamico sia come posizione statica, potrebbe essere utile fare qualche passaggio nel vinyāsa già descritto per poi proseguire con una delle altre posizioni:

Bhujaṅgāsana, il Cobra

Gomukhāsana, la posizione del muso di vacca.

Quale scegliete?

________________________

[1] Van Lysebeth Denise e Andrè, I miei esercizi di Yoga, Mursia Editore, 1980, p. 147

[2] B.K.S. Iyengar, Teoria e pratica dello Yoga, Edizioni Mediterranee, 2003, pp. 305-307

[3] ibid, pp. 339-345

[4] ibid. p. 307

[5] immagini tratte da Walter Thirak Ruta, Dio è Felicità, Edizioni Pramiti, 2011, pp. 194-196

Iscriviti alla Newsletter


Rimani aggiornato sulle attività di Aśvattha come seminari e retreat.
In qualsiasi momento potrai modificare
o cancellare la tua iscrizione.

La tua iscrizione è andata a buon fine!

Pin It on Pinterest