PENSIERI

E tu che cosa vedi?

M. […] Il fatto e che tu non osservi con sufficiente attenzione. Guarda bene e vedrai ciò che vedo io.
V. E tu cosa vedi?
M. Vedo ciò che potresti vedere anche tu, qui e ora, se non concentrassi la tua l’attenzione nella direzione sbagliata. Tu non presti attenzione a te stesso. La tua mente è sempre con gli oggetti, le persone e le idee, e mai con te stesso. Mettiti al centro dell’attenzione, diventa consapevole della tua esistenza. Guarda come funzioni, osserva le motivazioni e i risultati delle tue azioni. Esamina la prigione che hai costruito intorno a tè, per inavvertenza. Conoscendo ciò che non sei, arrivi a conoscere tè stesso. La via per tornare a tè stesso passa per il rifiuto e la negazione. Una cosa è certa: il reale non è immaginario, non è un prodotto della mente. Anche la sensazione dell'”io sono” non è continua, sebbene sia un utile indicatore: ti mostra dove cercare, ma non cosa cercare. Osservalo con attenzione. Non appena sei convinto che l’unica cosa vera che puoi dire di tè è “io sono”, e che non puoi essere niente di ciò che è possibile indicare, il bisogno dell'”io sono” svanisce non ti accanisci più a cercare una spiegazione verbale di ciò che sei. Hai soltanto bisogno di sbarazzarti della tendenza a definire te stesso. Ogni definizione si riferisce unicamente al tuo corpo e alle sue espressione. Quando sparirà l’ossessione del corpo, ti rivolgerai spontaneamente e e senza sforzo al tuo stato naturale. L’unica differenza tra noi è che io sono consapevole del mio stato naturale, mentre tu sei confuso. Come l’oro lavorato e trasformato in gioielli non è più pregiato della polvere d’oro, se non per il valore che gli da la mente, così noi siamo una cosa sola nell’essenza e diversi soltanto m apparenza. Lo scopriamo se siamo seri, lo scopriamo cercando, indagando, interrogandoci ogni giorno, a ogni ora del giorno, dedicando la vita a questa scoperta.

 

Sri Nisargadatta Maharaj, Io sono quello, Ubaldini Editore, Roma, 2001, p.10

Il piccolo saluto al sole

“Ripercorrere i gesti non significa ripetere. Quando ciò che interessa è apprendere, non c’è ripetizione: piuttosto, si approfondisce la comprensione attraverso passaggi successivi. Senza questo ripresentarsi del gesto, questo ripercorrerlo, non si impara. È altresì chiaro che per apprendere ci vuole vigilanza, apertura, sensibilità. Il ripetere fa ricorso alle abitudini, il ripercorrere no.”

Renata Angelini e Moiz Palaci [*]

 

Tra le sequenze che ci piace proporre troviamo quella chiamata “Il piccolo Saluto al Sole”.
Pensiamo che possa essere particolarmente indicata anche in questo momento di “ridotta mobilità” perché si tratta di una sequenza semplice dove movimento e respiro sono coordinati, adatta a chiunque poiché non richiede grandi movimenti articolari o sforzi particolari: si svolge su due piedi e, solo se possibile, vi si possono aggiungere alcune varianti in affondo che, tuttavia, sono trascurabili se questo movimento non è agile e/o non porterebbe ad una postura comoda. Per questo l’abbiamo suggerita all’interno del piccolo bagaglio per la pratica che abbiamo chiamato “Una guida alle posizioni per la 40ena“.

La pratica del Saluto al Sole è diffusa tra diverse tradizioni e lignaggi e ciascuna mantiene le proprie peculiarità; questa sequenza abbiamo avuto modo di sperimentarla con con Walter Thirak Ruta durante gli anni della formazione, proprio come alternativa interessante e ugualmente significativa ai più “classici” saluti al sole, e la ritroviamo spiegata nel dettaglio in nell’articolo curato da Moiz Palaci e Renata Angelini per “Percorsi Yoga”, una delle pubblicazioni della YANI (Associazione Nazione Insengnati Yoga).

Si tratta di una sequenza di base a 12 gesti, eseguiti con grande presenza e accompagnati dal respiro: Walter suggeriva di eseguire i gesti in modo “teatrale”, intendendo di porre enfasi sui gesti per “indirizzarli” meglio dal punto di vista energetico.
Angelini e Palaci segnalano l’importanza della regolarità del respiro, in grado di diminuire quella forma di urgenza che spesso ci accompagna e ci porta a “scappare via” dalle posizione, e la capacità di “mantenere una relazione costante con la base d’appoggio durante il concatenarsi dei movimenti”.

 

 

Si presta ad essere praticato accompagnato dal Sūrya Mantra, il canto dei 12 dei nomi del Sole, in questo modo la gestualità potrà assumere una maggiore valenza rituale e simbolica, che sarà esemplificata nei gesti: espiro offro, inspiro prendo e porto verso di me e in alto, espiro e mi tuffo…
In questo modo non solo la gestualità assumerà la giusta teatralità del rito, ma permetterà alla sequenza di essere più facilmente memorizzata, oltre a diventare strumento di gioco con bambini e bambine, a cui questa pratica piace molto.

Generalmente è una pratica che dà molta pace, in grado di scaldare il corpo in modo completo senza sollecitare troppo le articolazioni.
È possibile anche praticarlo da seduti con alcuni semplici adattamenti risultando ugualmente efficace.

Il dettaglio da curare, qualsiasi sia la versione praticata, è la percezione di una base d’appoggio stabile, dalla quale si parte con l’inspiro e alla quale si torna con l’espiro, trasformati dal viaggio.
Allora sì che questo gesto di prosternazione e di gratitudine che volgiamo al sole sarà il nostro vero “moto di rivoluzione”.

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[*] Renata Angelini, Moiz Palaci, Una coscienza in grado di accogliere movimento e non movimento, in Percorsi Yoga n.38, YANI, Milano, 2006

Gheranda

Purificazione, forza, fermezza, leggerezza, quiete, percezione immediata del sé e distacco sono i sette adempimenti dello Yoga.

Gheranda-Samita

Una guida alle posizioni per la 40ena

In queste settimane di ridotta attività fisica che ci vedono passare molto tempo seduti, con il conseguente indolenzimento delle gambe e affaticamento del dorso, soprattutto a livello lombare, durante la nostra pratica fisica quotidiana ci troviamo spesso a cercare soluzioni efficaci per alleviare questi problemi.

Come sappiamo la pratica Yoga agisce su livelli diversi, come riassume bene il detto “se cerchi benefici a livello fisico li troverai a livello fisico…” se quello che cerchiamo è alleggerire la zona lombare e la conseguente azione di trazione delle gambe, è questo che troveremo. E allora troviamolo!

Tra le posizioni che ci sembrano migliori per ottenere questi benefici abbiamo individuato la variante a gamba tesa di eka pāda rājakapotāsana e gomukhāsana, che selezioniamo perché adatte, con i dovuti aggiustamenti, anche a chi non è solito praticare, perchè meno impegnative, ad esempio, delle inversioni (ricordiamo ottima per liberare la zona lombare la nostra amata viparītakaraṇī, che, tuttavia, diventa richiestiva su altri fronti).

Ecco quindi che le due posizioni individuate sono anche ottime per essere l’una la preparazione dell’altra ed essere praticate assieme, la prima anche in modo dinamico, l’altra adatta ad essere mantenuta statica in quanto ottima “base” per la contemplazione.

A queste due se ne aggiunge una terza, che consigliamo di eseguire in modo molto semplice, diremmo passivo: bhujaṅgāsana, il cobra, nella variante nota come “sfinge” o “piccola sfinge”, di cui Eka Pāda Rājakapotāsana è un’ottima preparazione.

Si prestano ad essere praticate all’interno di una breve routine quotidiana, che magari preveda qualche piccola sessione di riscaldamento più “dinamica”, come il Saluto al sole (anche nella sua versione piccola) oppure l’amata makara kriyā, o in generale qualche ripetuto movimento che coinvolga tutta la colonna come quello chiamato “del gatto” o i passaggi gatto – cane che guarda in basso – panca – cane che guarda in alto anche piuttosto dinamici, in puro stile Yoga Vyāyāma, sia respirati sia a polmoni pieni – antara kumbhaka.

Eka pāda rājakapotāsana si presta proprio ad essere praticata anche all’interno di sequenze dinamiche di riscaldamento prima di permanervi nella variante statica; gomukhāsana, a sua volta, può essere agilmente inserita per una breve esplorazione durante il riscaldamento a terra, anche se i più grandi benefici verranno ricavati dal mantenimento prolungato in statica, magari a fine lezione per dhyāna, la pratica di contemplazione. Per coloro che la praticano con agio è utilizzabile anche senza grandi riscaldamenti ogni qual volta si ricerchi una “centratura”, anche slegata da sessioni di pratica maggiormente organizzate.

Da dove vuoi cominciare?

Eka pāda rājakapotāsana

Gomukhāsana

Bhujaṅgāsana

Buona esplorazione!

Il silenzio è dentro, non attorno.

 

È portentoso quello che succede.
E c’è dell’oro, credo, in questo tempo strano.
Forse ci sono doni.
Pepite d’oro per noi. Se ci aiutiamo.
C’è un molto forte richiamo
della specie ora e come specie adesso
deve pensarsi ognuno. Un comune destino
ci tiene qui. Lo sapevamo. Ma non troppo bene.
O tutti quanti o nessuno.

Nove marzo duemilaventi, Mariangela Gualtieri

 

Il momento di fermarsi doveva arrivare, per tutt*, per comprendere questo essere insieme, questo essere tutto.
Qualche giorno fa Rocco Ronchi, sempre su doppiozero, scriveva “Con la forza oggettiva del trauma, il virus mostra che il tutto è sempre implicato nella parte, che ‘tutto è in qualche modo in tutto’ e che non ci sono nell’impero della natura regioni autonome che facciano eccezione.”. Questo pensiero mi ha ricordato la preghiera che si trova nelle Upaniṣad, conosciuta nella forma del mantra

Ōm pūrṇam adaḥ, pūrṇam idam, pūrṇāt pūrṇam udacyate |
pūrṇasya pūrṇam ādāya pūrṇam evāvaśiṣyate ||

che più o meno invoca lo stesso tipo di comunanza: “quello è il Tutto, e questo pure è il Tutto. Poiché solo il Tutto nasce dal Tutto e anche se il Tutto viene sottratto al Tutto, ecco, ciò che rimane è il Tutto.”

Allora forse oggi abbiamo la possibilità di sperimentare davvero la pratica dello Yoga, lontani dalla Shala, dal conforto dello spazio ricavato per noi, dalla guida dell’insegnante. Allora oggi forse abbiamo la possibilità di sperimentare se la pratica ha radicato in noi in qualche modo, qualunque modo. Che sia l’attendere il caffè su un piede solo, che sia la pratica di śanmukhi mudrā quando la testa è piena, che sia il preparare una zuppa nella pentola di coccio, con pazienza e con amore.
Davvero forse non importa il cosa, importa il come. L’attitudine con cui facciamo le cose. In questi giorni “sospesi” più che mai.

Quante volte lo abbiamo ripetuto a lezione? Quante volte abbiamo provato a ribaltare la pratica fisica per provare a trasporla nell’attitudine a fare. Questo anche il senso del lavoro con Silvia Patrizio sul testo di Yogasūtra: vediamo le nostre abitudini? Cerchiamo di cambiarle. Almeno oggi non potremo dire che non abbiamo il tempo.

Poi, certo, qualche stiramento, qualche torsioncina, qualche allungamento… srotolare il tappetino a casa da sol* è difficile, vero? Ma di quale tappetino stiamo parlando?
Esploriamo nuovi “tappetini”, nuovi modi per abitare la pratica, per trasformala e lasciarci trasformare. Comprendere il senso di quanto sperimentato in questi mesi, anni, e dargli una nuova forma. Siamo stati fortunati e fortunate in questi anni, ci siamo ricavate uno spazio tutto per noi per nutrirci. Ed è ora che quelle esperienze e quegli insegnamenti trovino la strada per il sole, come tante volte abbiamo detto durante la pratica del Sankalpa di fine anno, ricordate?

Lo Yoga è un bagaglio leggero da portare in viaggio, non lasciamoci scoraggiare. Ci siamo preparati e preparate per anni a questo momento di lontananza forzata, di silenzio. Di ascolto e di attesa.

Lasciamo fruttare quanto abbiamo coltivato con cura.

Manuela

Alle soglie del Silenzio

La via dello Yoga

Le radici delle pratiche yoga affondano lontano tempo, probabilmente nel secondo millennio avanti nostra era, tuttavia la prima sistematizzazione organica della disciplina è opera dello Yogadarshana ai primi secoli delibera corrente. La scuola traccia un percorso che si dipana in otto tappe o, come indica il termine ashtanga riferito a questa particolare forma di Yoga, è articolato in “otto membra”, la cui finalità è la dissociazione del praticante da tutto ciò che è materiale per liberare la propria essenza spirituale.

Secondo la visione hindu l’attaccamento alla materia, determinato dall’ignoranza, è la fonte di ogni sofferenza. Lo Yogadarshana si prefigge di attuare la separazione dello Spirito dalla materia per interrompere definitivamente la dolorosa catena delle reincarnazioni e realizzare la liberazione suprema il moksha. Tale obiettivo -primario nel contesto culturale dell’epoca per i destinatari degli Yogasutra, cioè gli asceti che anelavano alla definitiva interruzione del samsara – rischia, se interpretato letteralmente, di condurre ad una pericolosa scissione. Il testo può tuttavia validamente essere riproposto, rileggendolo in termini di affrancamento da certe modalità di vita e non dalla vita stessa.

Il metodo proposto, l’ashtangayoga, è invece tutt’oggi validissimo, poiché rende più consapevoli di sé e responsabili nei confronti degli altri e del mondo circostante. Rivisitato in questi termini, lo Yoga diventa una sorta di magister vitae, maestro di vita, che induce a cercare il senso dell’esistenza e a dargliene uno.

La rotta etica è tracciata dalle prime due membra dell’ashtangayoga: yama, le “restrizioni” che regolano i rapporti interpersonali, invitando a innocenza, autenticità, generosità, dedicazione, essenzialità; niyama, le “prescrizioni” che favoriscono una relazione più funzionale con se stessi, coltivando purezza, appagamento, ardore, consapevolezza e entusiasmo.

L’esercizio di yama e niyama è una costante revisione interiore delle proprie modalità di interazione con gli altri, il mondo e se stessi, e un impegno alla testimonianza silenziosa di valori che si traduce in fatti e non in vaniloquio. Il primo esercizio del silenzio nello Yoga è proprio evitare le parole inutili, restituendo al parlare la sua dignità di strumento comunicativo ed espressivo, rammentando come la parola sia addirittura stata trasformata in una Dea nella tradizione indiana e sia considerata la forza che manifesta il mondo. Non solo: le lettere dell’alfabeto sanscrito sono chiamate “Piccole Madri”, quando si vuole alludere al loro potere generativo e significativo.

 

Marilia Albanese, Tacita-Mente, Mimesis Edizioni, Milano, 2016, pp. 16-17

Il silenzio onesto

Non tutti i silenzi sono uguali. Come, grazie alla consapevolezza del vivere, si diventa sensibili alla luce, alle diverse sfumature di luce in diversi luoghi, in differenti momenti della giornata e delle stagioni, cosi si colgono miriadi di sfumature nei silenzi nostri e altrui, silenzi umani, silenzi degli animali, degli alberi, silenzi minerali.

Il silenzio non è tacere né mettere a tacere, è un invito, è stare in compagnia di qualcosa di tenero e avvolgente, dove tutto è già stato detto. Il silenzio sorride.

Caro silenzio, aiutami a non parlare di tè, aiutami ad abitarti. Addestrami. Disarmami. Tu mi insegni a parlare. Eccomi, mi lascio rapire. Non lascio niente a casa, niente di intentato. Ci sono. In te. Arte del congedo per ritrovare.
Arte dell’a-capo che insegna a lasciarsi scrivere. Il silenzio semina. Le parole raccolgono.

Il silenzio è cosa viva.

 

Chandra Livia Candiani, Il silenzio è cosa viva, Einaudi, Torino, 2018, p. 50

Guru Mantra

 

Om Gururbrahma Gururvishnur Gururdevo Maheshvaraha Gurursakshat parambrahma Thasmai Sri Gurave namaha
Il Guru è Brama, il Guru è Vishnu, il Guru è Shiva, il Guru è il Supremo Assoluto. A questo Guru io m’inchino.

Agnyana thimi randasya jnananjana salakaya Chakshu runmii litham yena thasmai Sri Gurave namaha
Tramite il collirio della conoscenza guarisce gli occhi di chi è accecato dalle tenebre dell’ignoranza A questo Guru io m’inchino

Akanda mandalakaram vyaptham yena characharam Thathpadham tharsitham yena thasmai Sri Guruve namaha
Infinito come la forma di un mandala che pervade l’intero universo animato ed inanimato, Egli ci mostra la divina dimora, a questo Guru io m’inchino

Mannadha Sri Jagannadho madguru Sri Jagadguruhu Madatma sarva bhuthathma thasmai Sri Guruve namaha
Il mio Signore è il Signore dell’Universo, il mio Guru è l’insegnante dei tre mondi, il mio Sé è il Sé di tutti gli esseri. A questo Guru io m’inchino

Brahmanandam parama sukhadham kevalam jnanamurthim
Dwandwa thitham gagana sadrusam thathva masyadi lakshyam
Yekam nithyam vimala machalam sarva disakshi bhutham
Bhava thitham thriguna rahitham sadgurum tham namami

Io mi prostro al Sadguru, l’incorporazione della Beatitudine del l’Assoluto, il Dispensatore della gioia più alta.
Egli è assolutamente Unico. Egli è la Conoscenza personificata. Egli è oltre la dualità, senza forma come il cielo, l’oggetto dal detto vedantico: “Tu sei Quello”.
Egli è uno, eterno e libero dalle impurità. Egli è immobile, il Testimone degli intelletti di ogni creatura. Egli è al di là dei mutamenti e del divenire, al di là delle tre guna

Janma mrtuthyu jara vyadi naasanm mruthyu tharakam
Nana margaisthu dushprapam, kaivalyam paramam padam
Dalla nascita alla morte, noi conosciamo la vecchiaia, la malattia, la distruzione e la prova delta morte.
Dei diversi sentieri, il più difficile da percorrere è quello dell’isolamento. Esso è l’obiettivo supremo.

Om that sath Om that sath Om that sath
Om così sia Om così sia Om così sia

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